Lo Stato può cambiare. Basta partire dalle spese per gli acquisti

Politici, Industria, Consip e l’Università di Pavia il 2 marzo discutono a Roma, alla Camera dei Deputati. L’incontro organizzato dal professor Bof farà il punto sulla vicenda degli acquisti della P.A. e sulle aggregazioni
Politici, Industria, Consip e l’Università di Pavia il 2 marzo discutono a Roma, alla Camera dei Deputati, come: “Cambiare la PA per uno Stato più semplice”. Un incontro ideato da Francesco Bof, Direttore del Master acquisti sanitari pubblici dell’Università di Pavia, con l’intento sia di delineare quelle che sono le novità negli acquisti ma anche di ragionare su quanto queste, e in particolare le grandi aggregazioni, rispondano a bisogni come innovazione e qualità. Ed è a lui che abbiamo chiesto di illustrarci i temi che andrà a discutere nel convegno romano.
Qual’ è lo scenario in cui dovranno lavorare le nuove grandi aggregazioni?
Lo scenario del settore degli acquisti è uno scenario complesso e ricco di contraddizioni che nascono, in primo luogo, da una spending review assolutamente lineare che sembra formulata con la caparbietà di non voler considerare quei dati, che seppur limitati, comunque consentirebbero di strutturare spending review non lineari“.
Da questa sua prima risposta sembra apparire un suo pensiero abbastanza critico rispetto alle politiche che questo governo sta attuando.
Resto critico perché nonostante approvi di Renzi il suo approccio, che seppur dai toni apparentemente arroganti, è teso a provare a cambiare le cose, ma non posso però non notare come le sue azioni, promosse in nome del cambiamento, spesso non producano i benefici annunciati. Mi chiedo infatti come non si renda conto che certe soluzioni proposte dal suo governo sembrano formulate o da gente incompetente oppure, se competente lo è, da gente che non è messa in condizioni di lavorare nel modo giusto.  Prendo l’esempio di Cottarelli: a mio avviso, anche lui, nel momento in cui ha preso coscienza che non era stato messo nelle condizioni di lavorare doveva saper scegliere tra due sole possibilità: rivendicare la giusta condizione per agire, oppure rifiutare l’incarico. A mio avviso non si può promuovere il cambiamento per poi al pratico non esprimere una vera volontà di cambiamento“.
Torniamo ai soggetti aggregatori che stanno iniziando la loro attività. Quali saranno gli spunti di riflessioni, su questo argomento, che presenterà nel convegno del 2 Marzo?
Parlerò sicuramente di centralizzazione e dei nuovi soggetti aggregatori, ma se dovessi parlarne solo in termini positivi ciò significherebbe che il quel momento sarei riuscito a cancellare e dimenticare tutti i fallimenti che dal 2000 ad oggi ci sono stati. I risultati parlano chiaro: l’esperienza della centralizzazione in Italia ha prodotto realtà regionali dove la centralizzazione non è mai partita, altre in cui è stata avviata solo sulla carta mentre, dove è stata realmente attivata, le centrali non sono andate a regime con volumi di acquisti significativi. Unico dato che si può registrare è quello che le centrali hanno funzionato solo dove c’è, e c’è stata continuità e stabilità politica. Questo è un risultato inconfutabile e mi riferisco all’Emilia, alla Lombardia e alla Toscana“.
Quindi il suo sembra essere un no deciso alle centralizzazioni?
No, non è un no deciso, ma mi restano molte perplessità che si alimentano attraverso le tante contraddizioni che esprime il settore degli acquisti della P.A.. Ed è dal 1997 da quando cioè stata costituita Consip che le contraddizione sono diventate sempre più macroscopiche. A queste oggi si aggiungono le antinomie che si stanno creando tra ciò che è scritto nella nostra legge di stabilità e ciò che dice l’Unione Europea. Quest’ultima, nelle sue direttive parla di qualità su fabbisogno, di innovazione, di sviluppo dei mercati, di offerte economicamente più vantaggiose mentre nella nostra legge di stabilità si promuovono il prezzo, come unico strumento di risparmio e le centralizzazioni obbligatorie. Centralizzazioni la cui azione dovrebbe essere la risultante di una buona programmazione che mi chiedo come e da chi potrà esser fatta visto che l’evidenza ha dimostrato come già nelle piccole aziende l’anello debole sia stato rappresentato proprio dalla carenza di programmazione. Quindi il punto nevralgico non è centrale si o centrale no, oppure azienda si o azienda no, ma nell’organizzazione delle centralizzazioni che non devono essere basate su criteri formali-istituzionali anziché su parametri oggettivi quali il numero di assistiti o il numero di posti letto, ed ancora su modelli o procedure di acquisto che non tengono in alcun conto di trend  demografici ed epidemiologici né tantomeno delle leggi della domanda e dell’offerta, o che non applicano criteri manageriali elementari come quello della tangibilità (dei beni) ed intangibilità (dei servizi). Serve chiarezza del mandato, una buona e adeguata regia ed infine una solida preparazione e professionalità degli operatori!“.
Cosa intende per chiarezza del mandato?
Nelle centrali di acquisto sarebbe opportuno capire che è importante decidere chi lavora, per quale pubblica amministrazione lavora, e quale struttura viene dedicata allo specifico servizio. Le porto un esempio: in Lombardia sono centralizzati tutti gli acquisti della P.A.. La P.A. lombarda rappresenta 1/3 del PIL italiano. Forse così è più immediato capire come occorra un mandato preciso e una regia attenta e competente per predisporre risposte mirate ed efficaci nelle aree di servizio strategiche“.

Enza Colagrosso

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